Wired

Arriva anche in Italia la rivista più famosa in campo tecnologico.

Personalmente la attendevo da anni, da quando, mentre frequentavo l’Università, la vedevo all’edicola internazionale, a prezzi spaventosi (15-20.000 Lire, all’epoca), e finalmente è arrivata in edizione italiana, a un prezzo ragionevole (4 euro).

In realtà io ho approfittato della segnalazione di un amico, e mi sono abbonato per 2 anni a 19.90 euro. Sabato scorso, naturalmente quando ero fuori casa per il weekend, è arrivato il primo numero. Probabilmente avete visto le locandine con la copertina in giro per le edicole. Un mattone di quasi 300 pagine.

Io la definisco “il Vogue della Tecnologia”.

Non ci troverete articoli tecnici, niente approfondimenti su come installare o configurare software o hardware. Tutta la rivista è incentrata sulle persone che hanno portato, o meglio che stanno portando, innovazione in campo tecnologico. Che sia informatica, ingegneria, medicina, chimica o anche ecologica, filosofica o politica.

Perfino le foto sono “poco tecniche”. Il tutto dà un senso di “tecnologia sostenibile”, più vicina all’ambiente e alle persone che ai laboratori di ricerca.

Come Vogue, è anche piena di pubblicità.

Se cercate una rivista tecnica, lasciatela sullo scaffale.

Ma se cercate una finestra sul mondo della tecnologia, che vi faccia conoscere aspetti, persone e progetti diversi dal solito, è un must. Comprate il primo numero e, se vi piace, troverete all’interno la cartolina per abbonarsi a 20 euro per due anni.

Contro

Ora che vi ho elencato i pro, permettetemi di segnalare alcuni difetti(ni).

In alcuni casi ho avuto difficoltà a capire se una foto a piena pagina fosse l’inizio di un articolo o uno spot.

Alcuni articoli (due, per la precisione) vengono interrotti e costringono ad andare alle ultime pagine della rivista per finirli, perché occupavano 1 o 2 colonne di troppo. E` una cosa che mi dà un po’ fastidio.

C’è una pagina di “aiuto tecnico” verso la fine della rivista. Potrebbero toglierla, visto che, oltre a stonare col resto della rivista e dare uno spazio insufficiente per la soluzione dei problemi, pecca anche nel nome di uno dei collaboratori.

Zend Framework 1.7.5

Nuova versione del framework, ma occhio all’aggiornamento!

Un paio di giorni fa è uscita la nuova versione dello Zend Framework, la 1.7.5.

L’ho testato con alcuni siti che ho realizzato con le versioni precedenti (1.5 e 1.6) e non ho riscontrato nessuna incompatibilità, ma c’è stata una modifica abbastanza importante nella gestione delle Zend_View, per evitare attacchi di tipo Local File Inclusion.

Vi rimando al post nel blog di Matthew Weier O’Phinney per i dettagli, ma vi anticipo che se usate dei path relativi  per risalire nel fs (quindi i vari /../ ) nella definizione del path a cui trovare gli script delle view, incorrerete nella nuova protezione, e il vostro sito non funzionerà più.

Il workaround è specificato nel post di cui sopra, ma io vi consiglio di rivedere il codice per evitare i path contenenti “..”, perché probabilmente nelle nuove versioni del framework (2.x e successive) il workaround verrà tolto. Inoltre comunque attivando il workaround state rischiando di introdurre una vulnerabilità nel vostro sito.

Meglio fare le cose per bene subito.

Debian 5.0, codename Lenny

Dopo un lunghissimo freeze, la nuova Debian Stable.

Stamattina (ora italiana) è finalmente stata rilasciata la nuova Debian stable, versione 5.0, codename Lenny.

Le novità rispetto alla “vecchia” Etch sono talmente tante da aver convinto i releaser a passare dalla versione 4.0 (etch, appunto) alla 5.0. Si va dal supporto hardware (naturalmente, visto l’aggiornamento del kernel) alle nuove versioni dei desktop environment (anche se non è stato ancora adottato KDE 4, ancora troppo instabile), passando per Xorg 7.3 che elimina quasi completamente la necessità del file xorg.conf (tranne in casi particolari). Nuove versioni anche per Apache 2.2, Samba 3, MySQL 5, Postgres 8.3, PHP 5.2, Python 2.5 e Java 6, finalmente open source e integrato nel ramo main della distribuzione.

La release è dedicata a Thiemo Seufer, morto in un incidente stradale il 26 dicembre 2008.

Uso sul campo

Sto usando Lenny su tutti i “desktop” praticamente da quando è uscita Etch. Gli aggiornamenti sono sempre stati più che giornalieri, ma non ricordo nessuna situazione di rottura di dipendenze. Alcuni programmi sono stati un po’ instabili per 1-2 giorni, ma poi sono stati sistemati. E negli ultimi mesi, da quando è in deep freeze, è stata praticamente una roccia. Questo mi ha spinto ad iniziare a installarla anche su un paio di server, e non me ne sono pentito.

Ora dovrò aggiornare anche tutti gli altri server, e onestamente ci sono un paio di aggiornamenti che mi fanno un po’ paura (PostgreSQL e MySQL vista la rogna di ripristinare i backup in caso di problemi), ma il passaggio Sarge -> Etch è stato adrenalinico ma assolutamente liscio (leggendo le release notes attentamente), quindi mi aspetto di non faticare poi molto.

La prossima release

Come ormai risaputo, la prossima versione si chiamerà Squeeze e, se tutto va come di recente, dovrebbe uscire come stable intorno al 2011-2012, anche se ci sono discussioni nel team Debian che spingono ad accelerare un po’ i tempi di rilascio.

In ogni caso, come già successo per Etch, ci saranno sia volatile.debian.org per i pacchetti che hanno bisogno di aggiornamenti frequenti (come clamav) che lenny-and-a-half, con aggiornamenti al kernel e ad altri componenti, per mantenerla al passo coi tempi.

E, naturalmente, i consueti aggiornamenti di sicurezza costanti che fanno di Debian una delle distribuzioni (se non “la distribuzione”) più stabili e sicure.

Per chi usasse, come me, la versione testing sui vari PC, consiglio di aspettare qualche giorno/settimana prima di impostare “squeeze” nel sources.list (e di impostare “lenny” se avete scritto “testing”). Questo perché in unstable e in experimental negli ultimi mesi si sono accumulate tonnellate di nuove versioni di software, che potrebbero riversarsi nella testing e presentare problemi di dipendenze o di stabilità. Dategli il tempo di assestarsi.

La lunga assenza…

Oltre un mese senza post!

C’è gente che non riesce a lasciare il blog un giorno senza post, io purtroppo sono riuscito a saltare un intero mese. Ma ho la giustificazione, maestra!

Si chiama Australiana. Con contorno di Infezione Batterica alle Vie Respiratorie. Ci ho passato quasi 20 giorni a letto assieme. E non la consiglio a nessuno. Colazione, sciroppo, letto, pranzo, aspirina/tachipirina, letto, cena, antibiotico, letto, loop. Febbre costante tra i 37.7 e i 39.6.

Ma la cosa più bella è il servizio sanitario nazionale. Dopo una decina di  giorni di agonia finalmente il medico mi prescrive analisi del sangue e RX (che sono i raggi, per chi non lo sa) al torace, specificando “urgente” su entrambe le impegnative.

Mi presento in ospedale la mattina dopo e scopro che entrambi gli esami si fanno solo dalle 7 alle 9, ma in due sedi separate dell’ospedale.

Inizio dagli RX: 20 minuti per trovare parcheggio, 15 minuti per arrivare a piedi dal parcheggio al reparto (tutto all’aria aperta, che tanto sono sano come un pesce), 15 minuti di coda per l’accettazione, 5 minuti per pagare il ticket (tutto automatizzato quando si tratta di riscuotere), 25 minuti di attesa per i raggi, 5 minuti per i raggi (due fotografie…), altri 20 minuti di attesa per un’infermiera che esce e dice “potete andare tutti a casa! Potete ritirare i referti tra 8 giorni al CUP (Centro Unico Prenotazioni, NdA)!”. Alle mie “rimostranze” (ero uno straccio senza voce, figuratevi come rimostravo) che c’era scritto “urgente”, mi risponde semplicemente “se c’è qualcosa di grave l’avvisiamo noi, altrimenti tra 8 giorni”, e via andare.

Risultato netto: persa la possibilità di fare le analisi del sangue lo stesso giorno, e ancora oggi non ho i risultati di quell’RX.

Mattina dopo, analisi del sangue. Per fortuna di queste si scaricano gli esiti dal sito dell’ULSS, quindi la sera li avevo e la mattina dopo li ho potuti portare dal dottore. A mezzogiorno e venti. Per fortuna la farmacia chiudeva a mezzogiorno e mezzo e sono riuscito a prendere subito le medicine.

Risultato netto: 4 giorni per avere risultati “urgenti”, e nemmeno tutti, e sapere finalmente cosa avevo. Che poi ancora non lo so di preciso, so solo che era un’infezione batterica.

Per fortuna il medico mi aveva fatto iniziare preventivamente il ciclo di antibiotici, e 3 giorni dopo stavo meglio.

Ora sto smaltendo gli ultimi rimasugli (tosse, crampi ai muscoli dovuti alla tosse, voce bassa dovuta alla tosse, …), ma almeno sono tornato al lavoro.

Un consiglio a chi se la dovesse prendere: sembra che il 30% dei casi, quest’anno, sia abbinato a infezioni batteriche, quindi chiedete subito gli antibiotici, e vi risparmiate una settimana di stenti.

A chi crede di essere un duro e sopportare la febbre alta: sopra i 39.5 – 40.0 gradi non state più combattendo i batteri, ma state uccidendo le vostre cellule. Prendete una tachipirina e mettetevi del ghiaccio in testa per abbassare la febbre.

Naturalmente seguendo quello che vi dice il medico.

E auguro a tutti di non vederla nemmeno di striscio questa influenza!

Giappone 2008 – parte 8

Il museo dello Studio Ghibli.

Grazie a un amico che ci ha prenotato i biglietti in anticipo (è meglio farlo 1-2 mesi prima) siamo riusciti ad andare al Ghibli Museum.

autobus1Il museo si trova nel quartiere/città di Mitaka. Ci si arriva con la JR dopo quasi un’ora di treno. Da Hamamatsucho abbiamo preso la Yamanote fino a Shinjuku, e da lì la Linea Chuoo Rapida fino a Mitaka. Dalla stazione al museo ci sono autobus che, anche se non diretti, sono abbastanza riconoscibili, come potete vedere dalle foto.

AutobusIn una decina di minuti l’autobus arriva al museo e al parco che lo affianca.

Arrivati lì con quasi 2 ore di anticipo abbiamo pensato di andare a mangiare qualcosa, e qui la brutta sorpresa (l’unica della giornata, per fortuna): non ci sono ristoranti raggiungibili a piedi. Per fortuna a un centinaio di metri c’è un konbini dove siamo riusciti a recuperare un paio di sandwich (non era molto fornito…).mappaparco

Morale della favola: se dovete mangiare fatelo vicino alla stazione o portatevi qualcosa “al sacco”.

Perdonate la pessima qualità della foto alla mappa del parco. Il parco e il museo sono quelli in alto, indicati dalla grossa freccia gialla. Non lasciatevi ingannare dalle proporzioni. totoroA piedi è abbastanza lunga fino alla stazione!

A una delle due entrate (quella vicino ai campi da tennis) del museo potete trovare un bigliettaio un po’ speciale: Totoro. :)

MuraSeguendo il piccolo vialetto che costeggia le alte mura del museo, coperte di edere e rampicanti e attorniata da piante di tutti i tipi, arrivate all’entrata vera e propria, quella più vicina al parco.

Robot LaputaIl tutto somiglia molto alle ambientazioni di Laputa, e l’effetto è sottolineato dall’enorme robot a grandezza naturale sul tetto del museo.

Attraverso la scala a chiocciola che vedete nella foto, dall’interno del museo si può arrivare “al cospetto” del robot. Purtroppo era vietato fare foto dentro il museo, ma ne potete vedere una nella pagina di Wikipedia dedicata a Laputa.

cartelliAll’entrata, dei “chiarissimi” cartelli in gran parte in kanji indicano le varie direzioni che si possono prendere, ma in realtà il percorso è abbastanza obbligato.

entrataSi entra da questa specie di rifugio antiatomico che vedete nella foto a destra (nel quale riesco a leggere solo “foresta” in kanji, e “Ghibli” (jiburi) in katakana…), dove viene consegnato un pieghevole con le indicazioni sul museo e altro materiale, tra cui una diapositiva con un fotogramma di uno dei film dello Studio Ghibli.

Subito dopo si viene fatti scendere verso il piano interrato del museo. Da qui in avanti non ho potuto fare nessuna foto, ma posso dirvi che vale assolutamente la pena andarlo a visitare.

Le prime due stanze sono forse la parte più simile a un museo, anche se mascherate da parco giochi. Ci sono varie attrezzature usate durante la produzione di film di animazione, e altre che dimostrano come il rapido movimento dei singoli fotogrammi venga percepito come animazione dall’occhio umano. e non sto parlando di apparecchiature grandi quanto una scatola di scarpe, ma anche di un paio grandi come un armadio o un’automobile.

Da qui si arriva a un salone centrale dal quale si raggiungono gli altri ambienti del museo. In particolare ci si può mettere in coda per assistere al cortometraggio proiettato nel piccolo cinema interno, purtroppo solo in giapponese e senza sottotitoli. Cortometraggio è un po’ limitante come definizione, visto che dura intorno ai 20-25 minuti. Noi abbiamo visto “Il giorno che ho cresciuto una stella”.

Al piano terra si trova, da un lato, il Petit Louvre (che, ho scoperto, è presente solo nel 2008 e 2009, poi verrà cambiato con qualcos’altro), una serie di piccole stanze con riproduzioni di capolavori dell’arte, ma anche e soprattutto dei piccoli tocchi di genio, come i buchi nei muri da cui, guardando, si vedono paesaggi 3D ricostruiti in modo molto realistico.

Dall’altro lato si segue un percorso snodato su 4-5 stanze che riproducono lo studio dove lavorano gli artisti dello Studio Ghibli, con scrivanie, cataste di libri, colori, pennelli, studi, provini, cell, modellini di aerei e ricostruzioni di oggetti usati o visti nei film. Il materiale è talmente tanto che non basterebbe una giornata per vederlo tutto. Ne è pieno anche il soffitto.

Al primo piano c’è uno stanzone per i bambini (sotto i 12 anni) con un enorme Nekobus, e la scala per arrivare sul tetto a vedere il robot di Laputa. Un breve corridoio decorato con le locandine dei film in proiezione (quest’anno c’erano Ponyo e Sky Crawlers) porta all’uscita dal museo, dove è presente un piccolo negozietto che vende un po’ di tutto, dai pelouche alla cristalleria, dai modellini del Savoia in varie scale alle magliette, dai portachiavi ai biscotti, ecc. ecc.

Fuori dal museo c’è anche un caffé. Qui ho potuto riaccendere la macchina fotografica e fare una bella panoramica di tutto, anche se stava facendo buio e la luce non era eccezionale, ma dà un bell’effetto con le luci accese.

panoramica

Se avete notato quello strano puntino rosa in basso a destra nella foto precedente, eccolo ripreso in primo piano. :)

maialinoAll’uscita ho cercato di fare altre foto dei dintorni e, soprattutto, del robot sul tetto, ma la qualità è indecente, quindi ve le risparmio.

Il giro completo è durato circa 3 ore, ma se potessi tornarci sono sicuro che non me ne basterebbero altre 3 nemmeno per vedere solo quello che mi sono perso in questo giro, nonostante il museo non sia grandissimo e, a parte l’entrata, non si trovi calca di gente in ogni stanza, grazie al numero chiuso di visitatori.

Se pensate di andare a Tokyo e amate anime e manga, accettate un consiglio: non potete rinunciare a una visita a questo museo.

Giappone 2008 – parte 7

Shibuya. Il quartiere “fashion”.

Un paio di giorni del nostro viaggio li abbiamo passati a Shibuya. Probabilmente è il quartiere di Tokyo più conosciuto al mondo, finendo anche come circuito nel videogame “Race Driver: GRID“. Sicuramente è uno dei più affollati. Si trova sulla Yamanote, a una solHachikoa fermata da Harajuku (famoso per i negozi di alta moda e alto costo) e a tre da Shinjuku (reso famoso da City Hunter). Purtroppo è dalla parte opposta di Akihabara… ;)

La stazione della JR è enorme, e chissà perché il treno si fermava sempre esattamente dalla parte opposta all’uscita, quindi toccava farsi 3-4 minuti a piedi per uscire. Appena fuori, in una affollatissima piazza, cercando in mezzo alla gente si può trovare la statua di Hachiko, uno dei cani più famosi del mondo assieme a Balto e Rin-Tin-Tin.

Lo spettacolo fuori della stazione probabilmente si presenta proprio come la maggior parte della gente intende il Giappone: alti palazzi a specchio con megaschermi in cui gira di continuo pubblicità di vestiti e cantanti. Qui sotto potete vedere un panorama a quasi 360° dalla piazza davanti alla stazione. Per gustarvi l’effetto stampatela e fatela diventare un cilindro. ;) Continue reading

Buone feste (con regalino)

Stavolta però il regalo l’hanno fatto a me. ;)

Siamo quasi alla fine del 25 dicembre, ma non potevo esimermi dal fare i migliori auguri ai miei fedeli lettori. :)

Quest’anno non sono riuscito a preparare un regalino di Natale da scaricare, ma in compenso il team di LXDE ne ha fatto uno a me, accettando oggi alle 16:19 (15:19 UTC, 23:19 ora del maintainer) la patch a LXterminal per l’impostazione dei colori e del traceback, ad opera mia e di Giggio.

Grazie Fred e PCman!

Update 26/12/2008

Fred ha rilasciato oggi la nuova versione di LXterminal, la 0.1.4, che comprende questa e altre patch! :)

Giappone 2008 – parte 6

Una delle poche “concessioni turistiche” che ci siamo presi.

Entrata del tempioHo dovuto insistere per riuscire a fare almeno una visita veloce al tempio di Zojo-ji, che si trova a pochi metri dalla Torre di Tokyo, nel quartiere di Hamamatsucho. Purtroppo il brutto tempo che ci ha accompagnato per quasi tutto il viaggio non ci ha dato tregua, e il cielo è sempre stato nuvoloso. Per fortuna almeno non ha piovuto.

Il nome completo del tempio è San’en-zan Kodo-in Zojoji (三緑山広度院 増上寺), e si tratta del tempio principale della setta buddista Jodo (Terra Pura).

Famiglia TokugawaNel 1598 è stato spostato alla posizione attuale da Tokugawa Ieyasu, ed è diventato il tempio della famiglia Tokugawa, che molti appassionati di anime e manga ricorderanno perché si tratta della famiglia a cui si rifaceva l’anime dello Shogun Mitsukunimito.

Nella foto qui a fianco potete vedere il simbolo della famiglia inciso sulle porte di una specie di capitello all’interno del giardino del Tempio.

Purtroppo la parte principale del Tempio era in ristrutturazione proprio in quel periodo, quindi non si poteva ammirare la facciata, ma dalla foto potete vedere quanto sia vicino alla Torre di Tokyo, mentre nel sito ufficiale potete vedere la facciata com’è.

Fortunatamente le due ali laterali erano visibili, e le potete ammirare nelle foto seguenti.

Ala sinistra Facciata in ristrutturazione Ala destra

La parte a sinistra non l’abbiamo visitata. Abbiamo pensato fossero le strutture di studio e residenza dei monaci, mentre quella a destra è un piccolo negozietto che vende portafortuna e souvenir del tempio e della famiglia Tokugawa.targheaugurali

Vicino alll’edificio adibito a negozietto ci sono le caratteristiche lavagne in cui lasciare messaggi augurali e desideri personalibigliettiaugurali.

Alcuni messaggi sulle targhe di legno erano anche in inglese, ma la maggior parte, naturalmente, in giapponese.

Tutto il giardino è pieno di piccole e grandi strutture che la maggior parte degli occidentali, me compreso, conosce solo superficialmente grazie ai manga e agli anime.

Qui sotto potete vedere una foto panoramica a 180° di centinaia di piccole statuine con delle girandole, che mi hanno lasciato impressionato già due anni fa, quando le avevo viste di notte da fuori del Tempio, di ritorno dalla visita alla Torre. Quest’anno ho deciso di fare una foto:

panoramaVi lascio alla gallery qui sotto per tutte le altre foto. Ho l’impressione che qualsiasi cosa io possa dire potrebbe rovinarne la bellezza, già messa a dura prova dalle mie scarse qualità di fotografo. :)

Giappone 2008 – parte 5

Ecco il quartiere dove abbiamo alloggiato.

Hamamatsucho è un quartiere abbastanza tranquillo. Ci eravamo già stati nel 2006, durante il nostro primo viaggio in Giappone, e, visto che che lo Shiba Park Hotel ha quattro stelle ma è comunque uno dei più economici offerti dalla JALPAK per i pacchetti di viaggio, e visto che ci siamo trovati molto bene, ci siamo tornati anche quest’anno.

Torre di TokyoL’hotel si trova in una stradina laterale, e non sulla via principale che va dalla stazione della Yamanote alla Torre di Tokyo. Già, perché la famigerata Torre si trova proprio in questo quartiere, come potete vedere dalla foto.

Nella stessa foto potete vedere anche l’entrata della via che porta al tempio che sarà oggetto del prossimo post.

A parte queste due cose non c’è molto da vedere in questo quartiere, ma la sStazionetazione della Yamanote è a qualche centinaio di metri dall’albergo, e da lì si può raggiungere praticamente qualsiasi punto della città grazie a una rete capillare di treni, anche se sarebbe meglio chiamarli “metropolitane di superficie” visto la frequenza con cui passano. Date le dimensioni della città, la comodità è assoluta.

Perdonate la pessima foto, ma mi è venuto in mente di scattarla solo l’ultimo giorno, mentre tornavamo all’aeroporto in autobus. Un centesimo di secondo dopo e quel camion mi avrebbe rovinato completamente l’immagine. :)

World Trade CenterVicino alla stazione si trova anche il World Trade Center, che non ha praticamente niente in comune con le (vecchie) Twin Towers di New York, tranne forse il fatto che si tratta di due palazzi, uno di fronte all’altro.

Ho visto dalle tabelle esterne che dovrebbe esserci un osservatorio sulla cima, ma non ci siamo andati, e posso presumere che con “observatory” intendano una terrazza da cui guardare il panorama, più che un osservatorio come lo intendiamo noi.

Ma la “vera attrazione” del quartiere è il konbini, Konbinicomodamente posto a metà strada tra la stazione e l’albergo, dove ci fermavamo ogni sera a prendere degli onigiri per placare la fame o altre delikatessen come il succo di mela,  il latte, il pane al cioccolato, i biscotti ripieni o altre cose del genere per la colazione.

L’albergo non era particolarmente economico da questo punto di vista, mentre al konbini si trovano prezzi veramente stracciati su tutto. Ci si trovano anche riviste e altre cose di uso comune. Un po’ come le botteghe di quartiere che da noi stanno pian piano sparendo.

Anche questo contribuisce ad accentuare l’apparente paradosso del Giappone: strade a 6 corsie attorniate da negozietti come questo e da “trattorie” in mezzo a palazzoni di 20-30 piani, il tutto spesso perfettamente integrato nel paesaggio.

SCO nel baratro. Festeggia Novell (e MS?)

Fine della vicenda. Si spera…

Si è conclusa giovedì scorso la vicenda SCO vs Linux, con la decisione definitiva (speriamo) del giudice Kimball contro SCO.

SCO deve pagare a Novell più di 3 milioni di dollari, e sembra che la sua disponibilità di cassa superi di poco il mezzo milione, quindi quasi sicuramente verrà completamente liquidata.

Ma c’è un però, anche se non ufficiale. Come dicevo nel precedente post riguardante il caso (di quasi un anno fa), sono girate voci che fosse stata Microsoft a finanziare l’inizio della causa intentata da SCO contro IBM e Novell. Ora SCO deve pagare a Novell un bel po’ di soldi, e guardacaso MS ha un accordo con Novell. Sicuramente non vedrà un quattrino direttamente, (e probabilmente nemmeno Novell vedrà neanche la metà dei soldi che SCO le deve) ma il fatto che MS stia continuando a comprare “licenze” da Novell per poter vendere assistenza su Linux ai suoi clienti (e protezione contro le cause per i brevetti di MS) mi fa puzzare molto la faccenda.

Giusto per fare un’ipotesi, potrebbe darsi che ora che il giudice ha detto “SCO non ha mai avuto Unix, e non è riuscita a provare di averlo. Unix è di Novell”, inizi la seconda fase: “Unix, e quindi Linux, è di Novell, quindi noi, MS, che abbiamo un contratto con loro siamo distributori autorizzati di Linux/Unix, e tutte le altre distribuzioni sono fuori legge”. Non credo che MS avesse previsto tutto dall’inizio, ma probabilmente si è accorta della verità un paio di anni fa, motivo per cui potrebbe aver stretto l’accordo con Novell.

A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Aspettiamo di vedere cosa succederà nei prossimi mesi, ma sento già puzza di altre mosse legali.